La narrazione nell’epoca della (ri)produzione eterica

La riflessione sulla scrittura è inevitabilmente parte di una ricerca più ampia che si confronta quotidianamente con il senso della propria attività che, nel mio caso, è quella di ricercatore, autore e insegnante.

Un’attività che per me è il tentativo di dare forma a qualcosa che forma non ha, se non per qualche attimo, attraverso un’intuizione; mi riferisco a quel flusso ondivago che continuamente scompone e ricompone quanto si cerca di sentire, elaborare, e creare quando si tenta di produrre e condividere esperienza, conoscenza e arte in una dimensione aperta, critica e sempre in divenire.

L’unica dimensione, a mio avviso, ancora possibile nella contemporaneità.

Nel titolo di questo paper ho chiamato la nostra epoca, della (ri)produzione eterica. Più che una definizione la considero un’ipotesi euristica che è, coerentemente con quanto ho appena detto, per assunto, provvisoria. A me sembra interessante provare a utilizzarla per tentare di orientarci nella contemporaneità poiché – eterico – è un termine carico di ambiguità come tutto quello che ci circonda, ma viene da una grande tradizione filosofica e fisica oltre a varie derive esoteriche che l’hanno portata ad assumere significati ricchi di aperture e ad essere un ponte tra la cultura occidentale e le altre.

La suggestione viene da Marshall McLuhan – che in questa esplorazione sarà il nostro compagno di viaggio – e ci aiuterà a capire qual è e com’è fatto l’ambiente in cui ci troviamo; premessa, a mio avviso, fondamentale per l’incontro di oggi, poiché da una parte tutto questo condiziona la scrittura, dall’altra è quello che con la scrittura dobbiamo attraversare, mappare, far vivere, per dare un senso di necessità a questa pratica.

Partiamo dalla citazione di una citazione:

Arnold Toynbee cerca di dar ragione del potere trasformante che possiedono i media ricorrendo al concetto di ‘eterificazione’ che secondo lui rappresenta il principio della semplificazione progressiva e dell’efficienza in qualunque organizzazione tecnologica. (…) In una società alfabeta e omogeneizzata l’uomo cessa infatti di essere sensibile alla vita diversa e discontinua delle forme. Acquisisce l’illusione della terza dimensione e il suo ‘punto di vista personale’ diviene parte integrante della sua fissazione narcisistica; ciò fa sì che gli si neghi in pratica l’intuizione di Blake, o quella del Salmista, secondo cui noi diventiamo esattamente ciò che vediamo”.

E’ un passo tratto da Understanding media di Marshall McLuhan, che cito volutamente con il titolo originale dato che quello italiano, Gli strumenti del comunicare, è evidentemente fuorviante, per chiunque abbia letto quel libro seminale.

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